di Manuel Gómez Pereira
A Cena con il Dittatore
Madrid, aprile 1939. La guerra civile è terminata da appena due settimane e la città porta ancora addosso i segni di una frattura che non si è davvero ricomposta. In questo clima sospeso, il nuovo potere organizza una cena celebrativa all’Hotel Palace: un evento che deve incarnare ordine, controllo, vittoria. A prepararlo è un gruppo di prigionieri repubblicani scelti per le loro abilità culinarie, affiancati da un direttore d’hôtel ossessionato dalla perfezione e da un giovane ufficiale incaricato di supervisionare ogni dettaglio. Nelle cucine, mentre il tempo stringe e la pressione cresce, prende forma un equilibrio fragile tra disciplina imposta e tensioni sotterranee. Ogni piatto diventa un gesto carico di significato, ogni errore una possibilità di conseguenza. Il film costruisce una progressione fatta di attese, piccoli attriti, complicità silenziose. Mentre il banchetto si avvicina, tra i corridoi e i fornelli si insinua qualcosa che rompe l’apparente linearità del compito: un’intenzione nascosta, un piano che si muove sotto la superficie dell’efficienza. I personaggi abitano questo spazio come sospesi tra due condizioni, costretti a eseguire e al tempo stesso incapaci di rinunciare del tutto a ciò che sono stati. Il racconto si concentra su questa tensione morale, su ciò che significa collaborare, resistere, sopravvivere quando ogni scelta sembra già decisa. Ne emerge un racconto che, sotto la superficie storica, interroga il rapporto tra potere e dignità, tra obbedienza e identità.





