di Valentina Bertani, Nicole Bertani
Le Bambine
Ferrara, estate del 1997. Per Linda il trasferimento in una nuova città coincide con l’ingresso in un mondo che sembra esistere secondo regole tutte sue: un universo di strade assolate, giardini silenziosi e pomeriggi interminabili in cui il tempo si dilata fino a diventare esperienza pura. L’incontro con Azzurra e Marta, due sorelle abituate a muoversi con una libertà quasi selvatica ai margini dell’attenzione degli adulti, dà vita a un’amicizia immediata e assoluta. Insieme, le tre bambine costruiscono un piccolo regno fatto di giochi, esplorazioni, segreti e fantasie condivise, attraversando uno spazio in cui ogni scoperta sembra avere il peso di una rivelazione e ogni emozione possiede ancora la forza delle cose vissute per la prima volta. Più che raccontare una stagione della vita, Le bambine cattura l’istante preciso in cui l’infanzia comincia a lasciare emergere qualcosa di nuovo e indefinibile. Le protagoniste si muovono lungo una soglia sottile, sospese tra il desiderio di restare nel territorio protetto del gioco e l’attrazione verso un mondo più vasto, ancora incomprensibile ma già capace di esercitare il proprio fascino. Attorno a loro prende forma una provincia apparentemente tranquilla, attraversata da convenzioni sociali, silenzi familiari e giudizi che filtrano lentamente nel loro sguardo. Il film osserva con straordinaria delicatezza il modo in cui l’identità nasce attraverso le relazioni, il bisogno di appartenenza e il confronto con ciò che appare diverso, restituendo tutta la complessità emotiva di un’età spesso raccontata in maniera troppo semplice.
Valentina e Nicole Bertani trasformano i ricordi della fine degli anni Novanta in una materia cinematografica viva e pulsante. L’estetica dell’epoca non diventa mai esercizio nostalgico, ma parte integrante di una percezione del mondo fatta di colori accesi, immaginazione, desideri e inquietudini. Lo sguardo resta costantemente vicino alle protagoniste, aderendo alla loro energia imprevedibile e alla loro sensibilità ancora in formazione. Ne emerge un racconto libero, luminoso e malinconico insieme, capace di restituire la vertigine dei primi cambiamenti e la sensazione irripetibile di quando il mondo sembra ancora immenso e tutto deve essere scoperto.





