di Kelly Reichardt
The Mastermind
In una tranquilla periferia del Massachusetts, agli inizi degli anni ’70, J.B. Mooney è un padre di famiglia disoccupato, ex studente d’arte, che vive in un limbo fatto di sogni infranti e routine quotidiana. Spinto dal desiderio – o forse dalla necessità – di dare nuova forma alla propria vita, decide di mettere in atto un piano audace: un furto d’arte. Dopo aver studiato un museo, reclutato due complici e preparato ogni dettaglio, J.B. è convinto di avere dalla sua un’operazione perfetta… almeno nella sua testa. Ma i conti non tornano: le crepe nel piano iniziano a farsi evidenti, i rapporti tra i complici si incrinano, e la sottile linea che separa illusione, ambizione e disperazione si assottiglia progressivamente.
Il colpo è solo l’innesco. Con il suo stile asciutto e contemplativo, Reichardt trasforma il genere “heist” in un ritratto della solitudine e dell’autoinganno, più che in una corsa al bottino. La regia privilegia i silenzi, i gesti ordinari e l’atmosfera – auto d’epoca, radio che trasmettono gli echi della guerra in Vietnam, giornate che scorrono lente – per costruire un mondo su cui pesa la nostalgia e la sospensione. La bellezza dell’immagine e la precisione dei dettagli non nascondono la fragilità dell’uomo che tenta di controllare troppo e finisce per perdere sé stesso.
Se ami i film che non urlano, ma sussurrano, che osservano lentamente più che agitare azione, “The Mastermind” offre un’esperienza intensa: un viaggio nel desiderio di riscatto, nell’ambizione che diventa prigione e nella vulnerabilità che si nasconde dietro una facciata di controllo.





