Le proiezioni
Trieste, 2007. Fred arriva dalla Svezia per frequentare l’ultimo anno di un istituto tecnico, entrando in una classe composta esclusivamente da ragazzi. In Un anno di scuola di Laura Samani, la sua presenza rompe immediatamente gli equilibri di un gruppo chiuso e consolidato, formato da tre amici inseparabili: Antero, Pasini e Mitis. L’arrivo della ragazza introduce una dinamica nuova, che attraversa la vita scolastica e quella privata dei ragazzi Fred cerca di integrarsi, di essere accettata senza dover rinunciare a sé stessa. Partecipa alla quotidianità della classe, alle uscite, ai momenti informali, ma ogni passo verso il gruppo comporta una trasformazione nei rapporti esistenti. I tre amici reagiscono in modo diverso alla sua presenza, tra attrazione, difesa del legame e competizione silenziosa, mentre l’amicizia che li unisce da sempre inizia a incrinarsi.
C’è qualcosa di fragile e impercettibile nei primi istanti di un incontro, un dettaglio che sfugge, un piccolo scarto che già contiene tutto ciò che verrà. Emma e Charlie si conoscono così, in una sospensione lieve fatta di incomprensioni e tentativi, di parole che devono essere ripetute, come se l’amore avesse bisogno fin dall’inizio di essere riscritto due volte per poter esistere davvero. La loro relazione cresce in questo spazio intimo e imperfetto, nutrendosi di complicità e di quella promessa silenziosa che accompagna ogni futuro condiviso. Ma quando la prospettiva del matrimonio rende tutto più concreto, più definitivo, qualcosa si incrina: non tanto negli eventi, quanto nella percezione reciproca, nel modo in cui ciascuno guarda l’altro e si interroga su ciò che resta invisibile anche dentro la più profonda vicinanza. Il segreto che emerge non è solo una rivelazione, ma una fenditura emotiva, un punto di non ritorno interiore che trasforma l’amore in domanda. Il film si muove con un equilibrio sottile tra leggerezza e inquietudine, lasciando emergere una tensione costante tra ciò che si dice e ciò che si trattiene. I dialoghi diventano terreno instabile, spazi in cui le parole non bastano mai davvero a colmare la distanza tra due persone. L’atmosfera si fa via via più rarefatta, quasi sospesa, come se ogni gesto quotidiano fosse attraversato da un dubbio silenzioso. Al centro, non c’è tanto la crisi in sé, quanto la percezione che l’intimità possa essere un territorio opaco, dove anche l’amore più sincero convive con zone d’ombra. Il film interroga con delicatezza il significato stesso del conoscere qualcuno: fino a che punto è possibile, e quanto siamo disposti ad accettare ciò che resta inconoscibile.
Fatima ha diciassette anni, vive con la sua famiglia nella periferia parigina e cresce all’interno di un sistema di valori chiaro, definito, apparentemente stabile. È la più giovane di tre sorelle, osserva, assorbe, si muove tra scuola, casa e momenti di libertà che hanno sempre qualcosa di provvisorio. Ama il calcio, rifiuta certi codici di femminilità, ma soprattutto coltiva un rapporto profondo e sincero con la propria fede. Questo equilibrio, già fragile, si incrina quando Fatima si accorge che il suo desiderio non coincide con ciò che le è stato insegnato ad accettare. Il film segue il suo percorso senza forzature, accompagnandola nei piccoli spostamenti che segnano un cambiamento più grande: nuove amicizie, prime esperienze, il confronto con ambienti diversi, fino all’ingresso in uno spazio più aperto come quello universitario. Non c’è una rottura netta, ma una trasformazione graduale, fatta di tentativi, contraddizioni, momenti di slancio e improvvisi ripiegamenti. Il cuore del racconto è tutto lì, in questa oscillazione continua tra appartenenza e libertà, tra il bisogno di essere riconosciuta e quello di restare fedele a se stessa.
Hafsia Herzi adotta uno sguardo ravvicinato, quasi documentaristico, che restituisce con autenticità la dimensione quotidiana della protagonista. L’interpretazione è centrale: il volto di Fatima diventa il luogo in cui si inscrive un conflitto complesso, mai semplificato, che parla di identità, desiderio e possibilità di trasformazione.
In un tempo sospeso, dove l’umanità ha scelto di rinunciare ai sogni in cambio di una forma di eternità, il mondo sembra aver perso qualcosa di essenziale, ma difficilmente nominabile. È in questo paesaggio rarefatto che si muove un giovane sognatore, figura quasi anacronistica, custode di una capacità ormai dimenticata. Il suo viaggio non ha una direzione lineare, ma si dispiega come una deriva attraverso epoche, immagini e suggestioni, come se il tempo stesso fosse diventato un materiale da attraversare. Accanto a lui, una presenza che osserva, insegue, cerca di comprendere: una ragazza che non si limita a seguire il sogno, ma prova a decifrarlo, a scoprire cosa si nasconde dietro quella dimensione sfuggente e inafferrabile. Il film si costruisce come un’esperienza sensoriale più che narrativa, un flusso continuo in cui realtà e immaginazione si confondono senza soluzione di continuità. Il ritmo è ipnotico, dilatato, attraversato da immagini che sembrano emergere dall’inconscio più che da una logica causale. Ogni sequenza diventa uno spazio da abitare, da ascoltare, in cui il tempo si distende e perde consistenza. Al centro, si impone una riflessione sul valore del sogno come forma di resistenza, come luogo in cui l’identità può ancora trasformarsi e sfuggire a ogni definizione. È un cinema che parla di memoria, di perdita, di desiderio di senso in un mondo che sembra averlo smarrito.
Lo sguardo di Bi Gan è radicale e profondamente cinefilo, capace di trasformare ogni inquadratura in un atto di contemplazione. La sua regia dissolve i confini tra i generi, attraversando il noir, la fantascienza, il melodramma, senza mai aderire completamente a nessuno di essi. La fotografia costruisce ambienti che sembrano esistere fuori dal tempo, sospesi tra materia e sogno, mentre il movimento della macchina da presa accompagna lo spettatore in una vera e propria esperienza immersiva. Gli attori si muovono come figure evanescenti, più presenze che personaggi, contribuendo a creare un universo in cui il cinema stesso diventa un linguaggio dell’inconscio, un luogo in cui ciò che è perduto può ancora essere evocato.
Trieste, 2007. Fred arriva dalla Svezia per frequentare l’ultimo anno di un istituto tecnico, entrando in una classe composta esclusivamente da ragazzi. In Un anno di scuola di Laura Samani, la sua presenza rompe immediatamente gli equilibri di un gruppo chiuso e consolidato, formato da tre amici inseparabili: Antero, Pasini e Mitis. L’arrivo della ragazza introduce una dinamica nuova, che attraversa la vita scolastica e quella privata dei ragazzi Fred cerca di integrarsi, di essere accettata senza dover rinunciare a sé stessa. Partecipa alla quotidianità della classe, alle uscite, ai momenti informali, ma ogni passo verso il gruppo comporta una trasformazione nei rapporti esistenti. I tre amici reagiscono in modo diverso alla sua presenza, tra attrazione, difesa del legame e competizione silenziosa, mentre l’amicizia che li unisce da sempre inizia a incrinarsi.
Fatima ha diciassette anni, vive con la sua famiglia nella periferia parigina e cresce all’interno di un sistema di valori chiaro, definito, apparentemente stabile. È la più giovane di tre sorelle, osserva, assorbe, si muove tra scuola, casa e momenti di libertà che hanno sempre qualcosa di provvisorio. Ama il calcio, rifiuta certi codici di femminilità, ma soprattutto coltiva un rapporto profondo e sincero con la propria fede. Questo equilibrio, già fragile, si incrina quando Fatima si accorge che il suo desiderio non coincide con ciò che le è stato insegnato ad accettare. Il film segue il suo percorso senza forzature, accompagnandola nei piccoli spostamenti che segnano un cambiamento più grande: nuove amicizie, prime esperienze, il confronto con ambienti diversi, fino all’ingresso in uno spazio più aperto come quello universitario. Non c’è una rottura netta, ma una trasformazione graduale, fatta di tentativi, contraddizioni, momenti di slancio e improvvisi ripiegamenti. Il cuore del racconto è tutto lì, in questa oscillazione continua tra appartenenza e libertà, tra il bisogno di essere riconosciuta e quello di restare fedele a se stessa.
Hafsia Herzi adotta uno sguardo ravvicinato, quasi documentaristico, che restituisce con autenticità la dimensione quotidiana della protagonista. L’interpretazione è centrale: il volto di Fatima diventa il luogo in cui si inscrive un conflitto complesso, mai semplificato, che parla di identità, desiderio e possibilità di trasformazione.
C’è qualcosa di fragile e impercettibile nei primi istanti di un incontro, un dettaglio che sfugge, un piccolo scarto che già contiene tutto ciò che verrà. Emma e Charlie si conoscono così, in una sospensione lieve fatta di incomprensioni e tentativi, di parole che devono essere ripetute, come se l’amore avesse bisogno fin dall’inizio di essere riscritto due volte per poter esistere davvero. La loro relazione cresce in questo spazio intimo e imperfetto, nutrendosi di complicità e di quella promessa silenziosa che accompagna ogni futuro condiviso. Ma quando la prospettiva del matrimonio rende tutto più concreto, più definitivo, qualcosa si incrina: non tanto negli eventi, quanto nella percezione reciproca, nel modo in cui ciascuno guarda l’altro e si interroga su ciò che resta invisibile anche dentro la più profonda vicinanza. Il segreto che emerge non è solo una rivelazione, ma una fenditura emotiva, un punto di non ritorno interiore che trasforma l’amore in domanda. Il film si muove con un equilibrio sottile tra leggerezza e inquietudine, lasciando emergere una tensione costante tra ciò che si dice e ciò che si trattiene. I dialoghi diventano terreno instabile, spazi in cui le parole non bastano mai davvero a colmare la distanza tra due persone. L’atmosfera si fa via via più rarefatta, quasi sospesa, come se ogni gesto quotidiano fosse attraversato da un dubbio silenzioso. Al centro, non c’è tanto la crisi in sé, quanto la percezione che l’intimità possa essere un territorio opaco, dove anche l’amore più sincero convive con zone d’ombra. Il film interroga con delicatezza il significato stesso del conoscere qualcuno: fino a che punto è possibile, e quanto siamo disposti ad accettare ciò che resta inconoscibile.
Un uomo sui quarantacinque anni trascorre un periodo di riposo in una stazione climatica di cura. La forzata pausa si risolve in una specie di bilancio generale della sua esistenza: un bilancio fatto di rapporti con personaggi reali, e di fantasticherie, ricordi, sogni, che si inseriscono all’improvviso negli avvenimenti concreti delle sue giornate e delle sue notti. Nei suoi sogni fanno parte i ricordi del padre e della madre, morti, con i quali egli discorre teneramente, come con persone vicine. La paura della vecchiaia e della morte, gli si rivelano attraverso immagini in cui egli vede se stesso morto, mentre intorno, la vita continua senza di lui. E tutto questo non fa che rendere consapevole quello smarrimento che egli si portava dietro da anni e che le cure della esistenza quotidiana e del lavoro avevano in parte mascherato.
Fatima ha diciassette anni, vive con la sua famiglia nella periferia parigina e cresce all’interno di un sistema di valori chiaro, definito, apparentemente stabile. È la più giovane di tre sorelle, osserva, assorbe, si muove tra scuola, casa e momenti di libertà che hanno sempre qualcosa di provvisorio. Ama il calcio, rifiuta certi codici di femminilità, ma soprattutto coltiva un rapporto profondo e sincero con la propria fede. Questo equilibrio, già fragile, si incrina quando Fatima si accorge che il suo desiderio non coincide con ciò che le è stato insegnato ad accettare. Il film segue il suo percorso senza forzature, accompagnandola nei piccoli spostamenti che segnano un cambiamento più grande: nuove amicizie, prime esperienze, il confronto con ambienti diversi, fino all’ingresso in uno spazio più aperto come quello universitario. Non c’è una rottura netta, ma una trasformazione graduale, fatta di tentativi, contraddizioni, momenti di slancio e improvvisi ripiegamenti. Il cuore del racconto è tutto lì, in questa oscillazione continua tra appartenenza e libertà, tra il bisogno di essere riconosciuta e quello di restare fedele a se stessa.
Hafsia Herzi adotta uno sguardo ravvicinato, quasi documentaristico, che restituisce con autenticità la dimensione quotidiana della protagonista. L’interpretazione è centrale: il volto di Fatima diventa il luogo in cui si inscrive un conflitto complesso, mai semplificato, che parla di identità, desiderio e possibilità di trasformazione.
Quando un regista e il suo operatore decidono di realizzare un documentario su Chiyoko Fujiwara, un’attrice leggendaria scomparsa dalle scene da decenni, ciò che cercano è un racconto lineare, una memoria ordinata da raccogliere e restituire. Ma l’incontro con lei apre qualcosa di molto diverso: un flusso ininterrotto di ricordi che si intrecciano con i film che ha interpretato, fino a rendere impossibile distinguere dove finisca la vita e dove inizi la finzione. Un oggetto ritrovato, una chiave legata a un amore lontano, diventa il punto di partenza di questo viaggio nella memoria. Il film segue Chiyoko attraverso epoche, ruoli e paesaggi, accompagnandola in una ricerca che attraversa il tempo senza mai fermarsi davvero. I due uomini che la intervistano finiscono per entrare letteralmente nel suo racconto, diventando testimoni e partecipi di una narrazione che si costruisce mentre viene ricordata. Al centro c’è una tensione costante verso qualcosa, o qualcuno, che continua a sfuggire, ma che dà senso a ogni scelta, a ogni trasformazione.
Satoshi Kon costruisce un’opera in cui la forma stessa del racconto diventa significato. Le transizioni sono fluide, sorprendenti, e l’animazione permette di fondere livelli diversi di realtà con una naturalezza impossibile altrove. La regia gioca con lo sguardo dello spettatore, portandolo dentro un’esperienza che è insieme cinema e riflessione sul cinema. Il risultato è un film che parla di memoria, identità e desiderio, ma soprattutto del modo in cui le storie continuano a vivere dentro chi le ha attraversate.
C’è qualcosa di fragile e impercettibile nei primi istanti di un incontro, un dettaglio che sfugge, un piccolo scarto che già contiene tutto ciò che verrà. Emma e Charlie si conoscono così, in una sospensione lieve fatta di incomprensioni e tentativi, di parole che devono essere ripetute, come se l’amore avesse bisogno fin dall’inizio di essere riscritto due volte per poter esistere davvero. La loro relazione cresce in questo spazio intimo e imperfetto, nutrendosi di complicità e di quella promessa silenziosa che accompagna ogni futuro condiviso. Ma quando la prospettiva del matrimonio rende tutto più concreto, più definitivo, qualcosa si incrina: non tanto negli eventi, quanto nella percezione reciproca, nel modo in cui ciascuno guarda l’altro e si interroga su ciò che resta invisibile anche dentro la più profonda vicinanza. Il segreto che emerge non è solo una rivelazione, ma una fenditura emotiva, un punto di non ritorno interiore che trasforma l’amore in domanda. Il film si muove con un equilibrio sottile tra leggerezza e inquietudine, lasciando emergere una tensione costante tra ciò che si dice e ciò che si trattiene. I dialoghi diventano terreno instabile, spazi in cui le parole non bastano mai davvero a colmare la distanza tra due persone. L’atmosfera si fa via via più rarefatta, quasi sospesa, come se ogni gesto quotidiano fosse attraversato da un dubbio silenzioso. Al centro, non c’è tanto la crisi in sé, quanto la percezione che l’intimità possa essere un territorio opaco, dove anche l’amore più sincero convive con zone d’ombra. Il film interroga con delicatezza il significato stesso del conoscere qualcuno: fino a che punto è possibile, e quanto siamo disposti ad accettare ciò che resta inconoscibile.
Quando un regista e il suo operatore decidono di realizzare un documentario su Chiyoko Fujiwara, un’attrice leggendaria scomparsa dalle scene da decenni, ciò che cercano è un racconto lineare, una memoria ordinata da raccogliere e restituire. Ma l’incontro con lei apre qualcosa di molto diverso: un flusso ininterrotto di ricordi che si intrecciano con i film che ha interpretato, fino a rendere impossibile distinguere dove finisca la vita e dove inizi la finzione. Un oggetto ritrovato, una chiave legata a un amore lontano, diventa il punto di partenza di questo viaggio nella memoria. Il film segue Chiyoko attraverso epoche, ruoli e paesaggi, accompagnandola in una ricerca che attraversa il tempo senza mai fermarsi davvero. I due uomini che la intervistano finiscono per entrare letteralmente nel suo racconto, diventando testimoni e partecipi di una narrazione che si costruisce mentre viene ricordata. Al centro c’è una tensione costante verso qualcosa, o qualcuno, che continua a sfuggire, ma che dà senso a ogni scelta, a ogni trasformazione.
Satoshi Kon costruisce un’opera in cui la forma stessa del racconto diventa significato. Le transizioni sono fluide, sorprendenti, e l’animazione permette di fondere livelli diversi di realtà con una naturalezza impossibile altrove. La regia gioca con lo sguardo dello spettatore, portandolo dentro un’esperienza che è insieme cinema e riflessione sul cinema. Il risultato è un film che parla di memoria, identità e desiderio, ma soprattutto del modo in cui le storie continuano a vivere dentro chi le ha attraversate.
Fatima ha diciassette anni, vive con la sua famiglia nella periferia parigina e cresce all’interno di un sistema di valori chiaro, definito, apparentemente stabile. È la più giovane di tre sorelle, osserva, assorbe, si muove tra scuola, casa e momenti di libertà che hanno sempre qualcosa di provvisorio. Ama il calcio, rifiuta certi codici di femminilità, ma soprattutto coltiva un rapporto profondo e sincero con la propria fede. Questo equilibrio, già fragile, si incrina quando Fatima si accorge che il suo desiderio non coincide con ciò che le è stato insegnato ad accettare. Il film segue il suo percorso senza forzature, accompagnandola nei piccoli spostamenti che segnano un cambiamento più grande: nuove amicizie, prime esperienze, il confronto con ambienti diversi, fino all’ingresso in uno spazio più aperto come quello universitario. Non c’è una rottura netta, ma una trasformazione graduale, fatta di tentativi, contraddizioni, momenti di slancio e improvvisi ripiegamenti. Il cuore del racconto è tutto lì, in questa oscillazione continua tra appartenenza e libertà, tra il bisogno di essere riconosciuta e quello di restare fedele a se stessa.
Hafsia Herzi adotta uno sguardo ravvicinato, quasi documentaristico, che restituisce con autenticità la dimensione quotidiana della protagonista. L’interpretazione è centrale: il volto di Fatima diventa il luogo in cui si inscrive un conflitto complesso, mai semplificato, che parla di identità, desiderio e possibilità di trasformazione.
Quando un regista e il suo operatore decidono di realizzare un documentario su Chiyoko Fujiwara, un’attrice leggendaria scomparsa dalle scene da decenni, ciò che cercano è un racconto lineare, una memoria ordinata da raccogliere e restituire. Ma l’incontro con lei apre qualcosa di molto diverso: un flusso ininterrotto di ricordi che si intrecciano con i film che ha interpretato, fino a rendere impossibile distinguere dove finisca la vita e dove inizi la finzione. Un oggetto ritrovato, una chiave legata a un amore lontano, diventa il punto di partenza di questo viaggio nella memoria. Il film segue Chiyoko attraverso epoche, ruoli e paesaggi, accompagnandola in una ricerca che attraversa il tempo senza mai fermarsi davvero. I due uomini che la intervistano finiscono per entrare letteralmente nel suo racconto, diventando testimoni e partecipi di una narrazione che si costruisce mentre viene ricordata. Al centro c’è una tensione costante verso qualcosa, o qualcuno, che continua a sfuggire, ma che dà senso a ogni scelta, a ogni trasformazione.
Satoshi Kon costruisce un’opera in cui la forma stessa del racconto diventa significato. Le transizioni sono fluide, sorprendenti, e l’animazione permette di fondere livelli diversi di realtà con una naturalezza impossibile altrove. La regia gioca con lo sguardo dello spettatore, portandolo dentro un’esperienza che è insieme cinema e riflessione sul cinema. Il risultato è un film che parla di memoria, identità e desiderio, ma soprattutto del modo in cui le storie continuano a vivere dentro chi le ha attraversate.
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