Le proiezioni

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Paolo Marra entra in commissariato e confessa di aver ucciso la moglie. Non cerca di negare ciò che ha fatto, né di sottrarsi alle conseguenze: vuole costituirsi, pagare per il delitto e ritrovare, attraverso la pena, una possibilità di redenzione. Ma la sua confessione non produce l’effetto che immagina. Tra poliziotti distratti, procedure, cavilli burocratici e persone che sembrano incapaci di cogliere la gravità di ciò che sta raccontando, Paolo scopre di non riuscire nemmeno a farsi arrestare. Quello che dovrebbe essere un atto semplice e definitivo si trasforma così in un percorso assurdo, nel quale la volontà di assumersi la propria colpa finisce continuamente rimandata. Nel corso di una sola giornata, il commissariato diventa un microcosmo della società, attraversato da incontri che spostano ogni volta il significato della confessione. Un poliziotto cerca di ridimensionare la situazione, mentre l’avvocato chiamato a difendere Paolo sembra più interessato a costruire una possibile innocenza che ad accogliere la sua richiesta di espiazione. Anche una cartomante contribuisce a incrinare le poche certezze rimaste al protagonista. Da uomo divorato dal senso di colpa e disposto a pagare per ciò che ha fatto, Paolo si trasforma progressivamente in una figura sempre più disorientata, costretta a interrogarsi sulla propria responsabilità e sulla possibilità stessa di essere riconosciuto dallo Stato.

Roberto De Paolis affronta il tema della violenza contro le donne attraverso il grottesco, evitando di rappresentare il femminicidio come spettacolo e concentrandosi invece sulla reazione di chi dovrebbe riconoscerne la gravità. L’assurdità della situazione non serve a prendere le distanze dalla realtà, ma a renderne più evidente il paradosso: un uomo che ha ucciso la propria moglie chiede di essere ascoltato e di assumersi la responsabilità del proprio gesto, mentre intorno a lui tutto sembra procedere come se nulla fosse accaduto. Il commissariato diventa così una sorta di modellino deformato della società, dove burocrazia, distrazione e automatismi finiscono per impedire persino l’ascolto. La colpa di Paolo si trasforma in una domanda più ampia sulla responsabilità collettiva e sulla difficoltà di riconoscere la violenza quando ormai è già avvenuta.

Dopo Cuori puri e Princess, De Paolis prosegue il proprio interesse per individui fragili messi a confronto con strutture sociali più grandi di loro, spostando però il suo cinema verso una dimensione più surreale. La sceneggiatura, firmata dal regista insieme ai fratelli  D’Innocenzo, costruisce una narrazione volutamente distorta, nella quale i personaggi incontrati da Paolo sembrano diventare proiezioni delle sue inquietudini e delle contraddizioni che lo circondano. Leonardo Lidi dà al protagonista una presenza insieme dimessa e perturbante, affiancato da Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino. Attraverso il loro incontro, Serpenti trasforma una confessione in un labirinto morale e burocratico, dove il desiderio di espiare si scontra con una società che, prima ancora di giudicare, sembra non voler ascoltare.

Orari
15:00🐶🇮🇹

Samuele, detto Sami, attraversa ogni giorno Milano in bicicletta, consegnando cibo da un capo all’altro della città. La sua esistenza procede al ritmo delle notifiche e delle consegne, in un presente fatto di necessità immediate e di un futuro che sembra sempre più difficile da immaginare. A casa lo aspetta un padre agli arresti domiciliari, interpretato da Claudio Santamaria; per strada, una metropoli di contrasti, dove i palazzi eleganti e le feste esclusive convivono con la precarietà di chi lavora senza garanzie. La notte di Capodanno, un’enorme consegna di sushi in una lussuosa villa porta Sami a incontrare Nia, una ragazza con cui nasce un’intesa improvvisa. Invitato a fermarsi alla festa, il giovane si ritrova in un mondo distante dal proprio, mentre l’incontro apre uno spiraglio inatteso nella sua quotidianità. Ma proprio quando sembra possibile immaginare qualcosa di diverso, una scelta impulsiva lo mette di fronte a conseguenze difficili da ignorare.

In Rider, la città è un territorio da attraversare più che un luogo da abitare: un susseguirsi di strade, luci e soglie che separano condizioni sociali lontane, pur intrecciate nella stessa economia. Sami si muove continuamente, ma questa libertà apparente nasconde una dipendenza costante dal lavoro e dalle richieste degli altri. Il tempo gli appartiene soltanto in parte, e pensare al domani diventa quasi impossibile quando ogni giornata impone di ricominciare da capo. L’incontro con Nia interrompe per un momento questo movimento incessante. Nei loro avvicinamenti timidi, nella difficoltà di esprimere ciò che provano e nella delicatezza con cui si scoprono, prende forma la possibilità di una relazione capace di sottrarli, almeno temporaneamente, alle rispettive abitudini. Intanto, il peso di una decisione compiuta d’impulso introduce nella storia il tema della colpa e della responsabilità: non soltanto il confronto con le conseguenze delle proprie azioni, ma la difficoltà di scegliere quando le possibilità sembrano già limitate dalle circostanze.

Diretto da Roan Johnson e Davide Pavanello, in arte Dade, Rider fonde racconto urbano e musical contemporaneo, facendo del rap e dell’hip hop una parte integrante della narrazione. Le rime entrano nei dialoghi, il ritmo accompagna i pensieri e la musica diventa una lingua attraverso cui i personaggi esprimono desideri, inquietudini e contraddizioni. L’esperienza cinematografica di Johnson incontra così quella musicale di Dade, produttore e musicista qui al suo esordio alla regia, in un progetto che si estende anche a un album legato al film. Lorenzo Aloi e Kaze danno corpo alle fragilità dei protagonisti, mentre la presenza di artisti della scena italiana contribuisce a restituire al racconto una dimensione generazionale. Sullo sfondo di una Milano notturna, attraversata da disuguaglianze e possibilità inattese, Rider racconta il momento in cui la necessità di andare avanti si scontra con quella di fermarsi a scegliere. Per Sami, immaginare un futuro significa innanzitutto confrontarsi con il presente e trovare il coraggio di assumersi la responsabilità della propria vita.

Orari
17:00🇮🇹

Joe e Angela sono sposati da anni e vivono a San Francisco in una casa dove la complicità sembra essersi consumata insieme alla musica che un tempo li univa. Lui era il cantante e musicista di una band, oggi insegna musica in un piccolo college e porta nel matrimonio il peso delle occasioni mancate; lei ha finito per sentirsi confinata in una vita domestica che non le restituisce più la stessa persona di un tempo. Tra i due sono rimasti soprattutto battute, recriminazioni e silenzi, mentre al piano di sopra una coppia di vicini, Piña e Hawk, sembra vivere con assoluta libertà ciò che Joe e Angela hanno smesso di concedersi. Le loro rumorose notti d’amore diventano così l’origine di una cena pensata inizialmente per chiedere un po’ di discrezione. Ma Piña, sessuologa spagnola dall’ironia disarmante, e Hawk, ex vigile del fuoco dall’aria sicura e disinvolta, entrano nella loro casa portando con sé una concezione delle relazioni molto più libera. E quello che avrebbe dovuto essere un semplice confronto tra vicini comincia presto a mettere in discussione gli equilibri della coppia. La cena diventa progressivamente un gioco di confessioni, provocazioni e attrazioni inattese. La naturalezza con cui Piña e Hawk parlano di sesso e desiderio mette Joe e Angela davanti alle proprie frustrazioni, alla gelosia e a tutto ciò che nel loro matrimonio è rimasto non detto. L’altra coppia appare inizialmente come l’immagine di una libertà quasi irraggiungibile, ma proprio questa sicurezza finisce per diventare uno specchio nel quale tutti e quattro sono costretti a riconoscersi. La possibilità di mettere in discussione i confini della monogamia porta la conversazione sempre più lontano dalle buone maniere di una cena fra conoscenti e dentro la zona più fragile delle relazioni: quella in cui il desiderio si intreccia con il bisogno di sentirsi ancora scelti, ascoltati e guardati dalla persona che si ha accanto. Tra sarcasmo, imbarazzo e momenti di autentica vulnerabilità, The Invite trasforma una situazione apparentemente leggera in un confronto sul tempo trascorso insieme e sulla difficoltà di capire se una coppia possa ritrovare la propria intimità prima che l’abitudine diventi una forma di estraneità.

Terzo lungometraggio diretto da Olivia Wilde, The Invite nasce dalla pièce Los vecinos de arriba di Cesc Gay e dal successivo film Sentimental, ma trasferisce la situazione originale nella San Francisco contemporanea. Wilde mantiene l’impianto quasi teatrale di una storia concentrata in un appartamento e in una sola serata, ma lo rende più dinamico, il ritmo dei dialoghi e una messa in scena che segue il continuo mutare delle distanze fra i quattro personaggi. Il lavoro degli interpreti è essenziale: Seth Rogen porta nel sarcasmo di Joe una vena malinconica, Penélope Cruz costruisce una Piña ironica e provocatoria, Edward Norton dà a Hawk un’apparente sicurezza dietro cui affiorano altre inquietudini, mentre Wilde interpreta Angela con una vulnerabilità che emerge lentamente.  La musica  accompagna il progressivo aumento della tensione, mentre l’appartamento si trasforma da spazio domestico a luogo di confronto. Così, dietro la commedia sul sesso e sulla crisi della coppia, rimane soprattutto una storia di persone che hanno dimenticato come parlarsi e che, nel corso di una serata fuori dall’ordinario, sono costrette a chiedersi cosa significhi davvero continuare a scegliersi.

Orari
19:00🌍