di Alice Winocour
Couture
A Parigi, nei giorni frenetici che precedono la Fashion Week, tre donne provenienti da mondi lontani finiscono per incrociare le proprie esistenze dietro le quinte dell’alta moda. Maxine Walker, interpretata da Angelina Jolie, è una regista americana di film indipendenti e horror, appena uscita da un divorzio e arrivata nella capitale francese per realizzare un cortometraggio destinato ad accompagnare una grande sfilata. È nel pieno del lavoro quando una diagnosi improvvisa di tumore al seno irrompe nella sua vita, costringendola a confrontarsi con il proprio corpo, con il tempo e con un futuro che fino a quel momento aveva dato per scontato. Ada, una giovane modella sudsudanese arrivata da Nairobi, si affaccia invece per la prima volta al mondo della moda, in un ambiente che può rappresentare per lei una possibilità di autonomia e di sostegno alla propria famiglia, ma nel quale deve imparare rapidamente a muoversi. Angèle, truccatrice francese, conosce già perfettamente i ritmi e le regole di quel sistema, ma coltiva lontano dai set il desiderio di scrivere e di costruirsi una vita diversa. Tre percorsi distinti si incontrano così nell’arco di pochi giorni, fino a creare una solidarietà inattesa fra donne che, apparentemente, non avrebbero nulla in comune.
Attraverso la Fashion Week, Alice Winocour sposta lo sguardo dalla passerella a tutto ciò che normalmente rimane nascosto dietro l’immagine finale. Il lusso, gli abiti e la perfezione delle fotografie lasciano spazio alle sarte, alle truccatrici, alle modelle, alle assistenti e a una moltitudine di lavoratrici che costruiscono pazientemente quella superficie impeccabile. Il corpo femminile diventa così uno dei punti di incontro fra le tre protagoniste: per Ada è una possibilità professionale ancora da comprendere, per Angèle è una materia che ogni giorno contribuisce a trasformare e preparare, per Maxine diventa improvvisamente qualcosa di intimo e vulnerabile, impossibile da separare dalla propria identità. La malattia introduce nel mondo della moda una dimensione che sembra inizialmente inconciliabile con la sua ricerca della perfezione, ma che Winocour utilizza per interrogare proprio il rapporto fra apparenza e realtà. Non si tratta soltanto di raccontare una donna che affronta una diagnosi, ma di osservare tutto ciò che continua a esistere attorno ad essa: il lavoro, il desiderio, i rapporti, le ambizioni e la necessità di continuare a vivere mentre la percezione del futuro cambia improvvisamente.
Ada è sospesa fra l’opportunità di una nuova vita e le regole di un ambiente nel quale il suo corpo viene immediatamente trasformato in immagine; Angèle appartiene già a quel mondo, ma cerca uno spazio nel quale poter esprimere una voce personale; Maxine, invece, attraversa una frattura che la porta a riconsiderare ciò che desidera e ciò a cui attribuisce valore. Il titolo assume allora un significato che supera la moda: Couture è la cucitura, il gesto che unisce parti diverse e permette di ricomporre qualcosa senza cancellarne necessariamente le ferite. Dietro gli abiti perfetti e le immagini patinate rimangono così corpi reali, vite imperfette e donne impegnate, ciascuna a modo proprio, a ricucire il rapporto con se stessa e con il proprio futuro.
Couture si inserisce con particolare coerenza nel cinema di Alice Winocour, da sempre interessato a personaggi femminili costretti a ridefinire il proprio rapporto con il corpo, il lavoro e il mondo dopo un’esperienza capace di spezzare l’equilibrio della loro esistenza. La scelta di Angelina Jolie aggiunge un ulteriore livello di risonanza al personaggio di Maxine, alla luce dell’esperienza personale dell’attrice con la prevenzione del tumore al seno, senza trasformare il film in un’autobiografia. Dopo Proxima e Revoir Paris, Winocour torna così a raccontare donne alle prese con una trasformazione profonda, ma questa volta lo fa dentro un mondo dominato dall’immagine. Ed è proprio nel contrasto fra la perfezione della superficie e la fragilità di ciò che si trova sotto di essa che Couture trova la sua dimensione più autentica: un film sul corpo, sul lavoro, sul desiderio di cambiare vita e sulla possibilità di trovare, nei momenti più inattesi, una forma di vicinanza capace di restituire senso a ciò che sembrava essersi spezzato.





