di Hirokazu Kore-Eda
Sheep in the Box
In un futuro prossimo in cui droni, automobili autonome e umanoidi dotati di intelligenza artificiale sono ormai parte della vita quotidiana, Otone e Kensuke Komoto vivono a Yokohama ancora sospesi nel lutto per la morte del figlio Kakeru, scomparso a sette anni in un incidente. Lei è un’architetta, lui dirige un’impresa di costruzioni: nella loro casa luminosa e silenziosa, ogni spazio sembra conservare la traccia del bambino che non c’è più. Quando la società REbirth offre loro un umanoide costruito sull’immagine, sulla voce e sui ricordi del figlio, il dolore assume una forma inattesa. Otone vede nella macchina la possibilità di continuare a essere madre; Kensuke, più diffidente, non riesce invece a dimenticare che dietro quel volto familiare c’è una macchina. La presenza del nuovo Kakeru riapre così una ferita che sembrava ormai parte della loro quotidianità. Il bambino artificiale riproduce abitudini e ricordi del figlio perduto, ma è anche capace di apprendere, osservare e costruire progressivamente un proprio rapporto con il mondo. Mentre Otone cerca di riconoscerlo come il bambino che ha perduto e Kensuke continua a confrontarsi con la realtà della sua morte, riaffiorano rimorsi, colpe e distanze che il lutto aveva reso difficili da nominare. L’umanoide diventa allora qualcosa di più di una copia: una presenza ambigua attraverso cui la coppia è costretta a interrogarsi su ciò che resta di una persona quando la sua immagine può essere ricostruita.
Come spesso nel cinema di Hirokazu Kore-eda, la dimensione fantastica nasce dentro una quotidianità concreta e familiare. La fantascienza rimane discreta, quasi invisibile, mentre la casa, il lavoro, il legno e gli alberi diventano luoghi attraverso cui osservare la memoria e il desiderio di costruire nuovamente un legame. Quando Kakeru entra in contatto con altri umanoidi, il film amplia delicatamente il proprio sguardo: dalla possibilità di sostituire chi è stato perduto emerge quella, più inquietante e insieme più libera, di un essere artificiale che comincia a cercare una propria forma di appartenenza.
Da Still Walking a Shoplifters, Kore-eda ha sempre osservato la famiglia come qualcosa che si costruisce attraverso la cura, la convivenza e la separazione. Qui porta quelle stesse domande in un futuro appena diverso dal nostro, dove memoria e tecnologia possono trasformare il desiderio di trattenere qualcuno in una presenza concreta. Il titolo, ispirato a Il piccolo principe e alla pecora nascosta dentro una scatola, suggerisce il cuore del film: ciò che vediamo non coincide necessariamente con ciò che amiamo, e riconoscere qualcuno significa forse anche accettare che non possiamo possederlo per sempre.





